Per contrastare la “nuova normalità” bisogna fare un salto in avanti e mettere da parte resistenze e conservatorismo. Solo così si tutelano davvero le città

“Circostanza imprevista, accidente, particolare condizione di cose, momento critico, che richiede un intervento immediato”. In una parola: emergenza. Basterebbe questa definizione per rendersi conto una volta per tutte che quando si parla di cambiamento climatico (e lo stesso si può dire per l'immigrazione) non si può e non si deve (appunto) parlare di “emergenza”. L'aumento vertiginoso delle temperature non lo è. Si tratta, né più né meno, della nuova normalità. Per questo, ma già so che son parole destinato a cadere nel vuoto, sarebbe opportuno affrontarla come tale.

Ciò significa affiancare ai provvedimenti buoni per l'immediato progetti a medio/lungo termine. E chissenefrega (tutto attaccato rende meglio l'idea) se per noi non ci sarà chissà quale beneficio. In fondo, la differenza tra chi fa politica e uno statista sta tutta qua. Il primo insegue consenso e sondaggi, avendo come unico interesse il successo immediato. Il secondo (sempre che ne esista ancora qualcuno) immagina il domani, pensa alle future generazioni. Pensa, per farla molto breve, a costruire un mondo migliore.

E così vengo al nodo della questione. Si è letto in questi giorni di “corridoi verdi”, di pezzi di città, strade o piazze coperti da tendaggi che riparino dal sole. In fondo, sai che novità, in qualche altra parte del mondo (vedi Bogotà...) lo hanno già fatto. Ottime idee, se non fosse che leggendole mi è sorto immediato un pensiero. “Ve la immaginate la reazione delle Sovrintendenze?”. Chi glielo spiega, al titolare di turno, che alcune delle piazza più belle della città andrebbero “protette” con qualche tenda? Rispondere sarebbe (in teoria) molto semplice. Basta studiare interventi il più possibile coerenti con il contesto, fatti magari di piante, alberi, aiuole o simili. Temo però che la reazione sarebbe sempre la stessa: “No”.

Tutto questo per dire che non si può rimanere ancorati al passato. Il mondo cambia, le città pure, il clima non ne parliamo, e se si ha davvero a cuore il benessere delle persone (e quindi dei luoghi che le accolgono) bisogna fare un salto in avanti. E sia chiaro. Ciò non significa sbattersene della tutela del patrimonio artistico/culturale/architettonico. Significa, molto semplicemente, aggiornarlo alle nuove necessità. Anzi. Alla nuova normalità. Il rischio, altrimenti, è che a furia di “no” in nome di armonia e cura dell'esistente le nostre città (e Firenze in particolare) facciano la stessa fine alla quale stiamo assistendo i diversi musei in questi giorni. Pieni di opere meravigliose ma, in quanto invivibili per il caldo, sostanzialmente deserti.  

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