«Aiutare l'Africa non significa fare assistenzialismo. Significa dare alle persone la possibilità di valorizzare ciò che sanno fare». È questa la filosofia che guida da anni don Martin Bakole, parroco di Poggio alla Croce e promotore del progetto Moyo, una fattoria sociale nata nel Kasai occidentale, nella Repubblica Democratica del Congo, con l'obiettivo di combattere la povertà attraverso il lavoro, la formazione e la dignità personale.
Un progetto costruito passo dopo passo, spesso senza finanziamenti e con risorse minime. «Ho iniziato cinque o sei anni fa perché ero convinto che fosse la strada giusta. Ho aspettato aiuti che non sono arrivati, ma non mi sono fermato. Ho investito quello che avevo e ho continuato a credere in questa idea», racconta Bakole. Una visione che prende le distanze da certi modelli assistenziali internazionali. «Spesso si distribuiscono aiuti che finiscono per rendere le persone fragili e dipendenti. La mano che dà mantiene sempre un potere su quella che riceve. Io invece voglio investire nella conoscenza, nelle capacità e nella dignità di ciascuno».
Il progetto Moyo si basa proprio su questo principio. Ogni persona viene coinvolta partendo dalle proprie competenze. Chi sa costruire mattoni lavora all'edificazione delle strutture della fattoria. Chi conosce l'allevamento riceve animali da gestire. Chi possiede capacità artigianali contribuisce alla realizzazione di attrezzature e infrastrutture. «Io chiedo alle persone cosa sanno fare e investo in quello. Se qualcuno sa allevare maiali, gli affidiamo una scrofa gravida. Se sa lavorare il legno, entra nel progetto. Se sa saldare, costruisce con noi cisterne e strutture. Ognuno mette a disposizione il proprio talento e contemporaneamente lo trasmette agli altri».
Oggi la fattoria produce cibo, alleva animali, realizza sapone e olio vegetale e garantisce sostegno a decine di famiglie. Dopo il primo raccolto, i semi vengono redistribuiti ai lavoratori affinché possano avviare coltivazioni autonome nei propri terreni. Un modello di economia circolare che punta all'autosufficienza e alla crescita collettiva. «Dopo tre mesi il raccolto viene distribuito alle stesse persone che hanno lavorato nei campi. Alla seconda stagione ricevono i semi per continuare da soli. È così che si costruisce una comunità forte».
Bakole individua nell'agricoltura la vera chiave dello sviluppo del Congo. «Il nostro Paese è ricchissimo di risorse naturali, ma tutti guardano ai minerali. Prima erano diamanti e oro, oggi litio e cobalto. Intanto l'agricoltura, che resta il principale motore dell'occupazione, viene trascurata. Eppure noi possiamo fare due raccolti all'anno». Una potenzialità enorme che secondo il sacerdote potrebbe contribuire anche a contrastare l'emigrazione verso le grandi città e verso l'Europa. «Si svuotano i villaggi, si creano periferie enormi attorno alle metropoli e da lì nasce gran parte dei flussi migratori. Bisognerebbe investire nelle persone e nei territori rurali prima che siano costrette a partire».
Nel suo racconto emerge spesso il riferimento a don Lorenzo Milani, figura che Bakole considera un punto di ispirazione. «Don Milani aveva capito che per aiutare davvero una persona bisogna prima comprenderla. Non si tratta di imporre una soluzione, ma di valorizzare quello che ciascuno è in grado di fare. È lo stesso spirito che cerco di portare avanti in Congo».
Nonostante le difficoltà, i risultati iniziano a vedersi. Dalla costruzione di una cisterna realizzata con appena novemila euro fino all'avvio di una piccola saponeria che coinvolge una ventina di famiglie, ogni progetto rappresenta un tassello di un percorso più ampio. «Ogni volta che torno in Congo cerco di riattivare qualcosa che già esiste nelle persone ma che spesso resta nascosto. L'essere umano ha enormi potenzialità. Basta offrirgli una possibilità».
Per don Martin Bakole il futuro passa da qui: meno assistenzialismo e più fiducia nelle capacità delle persone. «L'economia sociale è possibile. Noi lo stiamo dimostrando ogni giorno. Non servono miracoli, servono opportunità»
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