Il pensiero va a quei cinque operai e alle loro famiglie. In attesa che un giorno, insieme alla giustizia, arrivi anche la pace

Settembre 2025. Passare davanti al cantiere di Via Mariti significa varcare una soglia sospesa tra passato e presente. Nulla sembra essere cambiato da quel 16 febbraio 2024, quando cinque operai persero la vita sotto le macerie di un edificio che non avrebbe mai dovuto crollare. Da allora, il silenzio ha preso possesso del luogo. Un silenzio che pesa, che non consola: è il silenzio di chi aspetta giustizia, di chi aspetta risposte, di chi non riesce a staccare lo sguardo da un cancello che sembra la porta di una tomba.

Sul cancello, i nomi delle vittime sono ancora lì, scritti in bianco. “Non dimentichiamo”, recita la scritta che li accompagna. Parole che resistono al tempo, al sole, alla pioggia. Dietro la rete, invece, resiste il degrado: sterpaglie, erbacce, macchinari arrugginiti che non lavorano da più di un anno e mezzo. Il colore dominante è un marrone spento, segnato dall’abbandono. Guardando da un varco della recinzione, si ha l’impressione che la natura stia lentamente inghiottendo il cantiere, come a voler cancellare, pietra dopo pietra, la memoria di ciò che è accaduto.

Ma la memoria non si cancella. La comunità lo sa, le famiglie lo ricordano ogni giorno. Eppure, davanti a Via Mariti, il dolore non trova spazio per trasformarsi in ricordo pacificato. Qui il dolore resta vivo, perché il degrado grida più forte delle commemorazioni. Dove tutto tace, tranne le erbacce e le lamiere che scricchiolano al vento, la pace non può arrivare.

Il quartiere, intanto, continua a convivere con l’abbandono. L’incrocio tra Via Mariti e Via Giovanni da Empoli resta chiuso, trasformato in parcheggio abusivo. Una transenna dimenticata da anni domina ancora la rotonda, avvolta dalle sterpaglie. I residenti hanno provato a rompere il silenzio con un messaggio scritto sulla rete del cantiere: “Vogliamo fare un parco”. Un grido che rimane sospeso, come tutto in questa storia.

Dal punto di vista giudiziario, il tempo sembra essersi fermato quanto e più che nel cantiere. A distanza di diciannove mesi, non ci sono ancora indagati. Le famiglie delle vittime hanno imparato a convivere con una rassegnazione amara, sostenute dagli avvocati e dalle associazioni che continuano a chiedere giustizia. Ma la verità tarda, e il silenzio delle istituzioni sembra accompagnare quello delle macerie.

Otto mesi dopo i primi articoli che denunciavano il degrado, Via Mariti è ancora così: immobile, sospesa, ferita. È un luogo che racconta l’Italia della memoria corta e dei procedimenti lunghi. È un luogo che obbliga a fermarsi, a riflettere, a sentire tutto il peso del tempo che non scorre.

E mentre il sole di fine estate illumina i resti di un cantiere che non ha mai visto nascere ciò che avrebbe dovuto ospitare, il pensiero va a quei cinque operai e alle loro famiglie. In attesa che un giorno, insieme alla giustizia, arrivi anche la pace.

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