Rientro a casa, è sera. Non c’è nessuno, solo l’odore di chiuso. Ho i brividi.
Non so se sia febbre. Forse ho preso freddo in corteo. Forse a raccogliere le olive. Nel campo in effetti
c’era vento. E anche a Firenze.
Mi butto sul divano. Dov’è il termometro? Nel ripostiglio dei medicinali sarà rimasta l’aspirina? O
forse servirà un farmaco più forte. Tremo. Non so se sia febbre, ma se lo è sta salendo. Il termometro
è sul tavolino del soggiorno. Arrivare a prenderlo mi sembra un’impresa: i cuscini del divano sono
come le dune di un deserto di ghiaccio. Ecco perché questo freddo: è il vento gelido del deserto
ghiacciato che mi fischia addosso, che mi fa fischiare anche le orecchie. Annaspo fino al tavolino,
dietro la duna di cuscini. Lo agguanto. C’è la custodia in plastica. Come si apre? In qualche modo si
stappa.
Il bip del termometro è l’ultima cosa che sento. Il sonno della febbre mi prende. La testa cade pesante
sulla testata del divano. Dormo.
Dove sono Simo e Giova? Il corteo sta partendo. Simo mi chiama, si sono svegliati adesso, non
riusciranno mai a raggiungermi qua alla Fortezza. Gli inoltro la posizione, anche se non si dovrebbe
quando si va a una manifestazione. Terrorismo psicologico. Mario mi si avvicina.
“Tieni” ha in mano una bandiera “Il sindacato apre il corteo. Dobbiamo stare tutti uniti dietro lo
striscione”.
Mi sorride. Mi guardo attorno: siamo tanti, operai, insegnanti, studenti, cartelli e striscioni ovunque.
Quanto colore attorno, insieme al brusio placido ma eccitato di un serpente umano che inizia a
muoversi piano. Qualcuno accende un fumogeno, l’odore rosso avvolge l’aria. Una canzone di lotta
inizia a suonare. Camminiamo tutti insieme. Una donna mi sorride e io ricambio anche se non la
conosco. Simo e Giova arriveranno. Per ora, in mezzo al chiacchiericcio allegro e ai cori, so di non
essere solo.
L’abbattitore ad aria compressa mi pesa tra le braccia. I rami degli olivi sono carichi, per pulire una
pianta ci vuole un’ora. Quando penso di aver finito osservo tra le fronde ed ecco, in alto, nascosto dal
riverbero del sole, un ramo pieno di frutti, che mi guarda e mi deride, come se mi dicesse “Non ce la
farai mai a prenderle tutte”. Mi fermo appoggiando l’abbattitore sulla spalla. I miei genitori stanno
ripulendo le fronde basse dell’ulivo accanto al mio. Leo, mio cognato, ci è passato poco prima facendo
le fronde alte col suo abbattitore. Alice, mia sorella, è seduta a terra, ripulisce un ramo potato. Sento
imprecare il nonno: si è rotta la pompa della benzina del generatore, uno degli abbattitori non si può
più usare.
Poco male: dalla baracca arriva l’odore della pancetta che soffrigge. Pasta ai sette peccati. La nonna
ci chiama.
“Bambini butto la pasta!”.
Rimango ancora un po’. Ormai con questo albero l’ho presa sul personale. La sassaiola delle olive
sembra volermi scacciare, un frutto staccato mi si abbatte proprio in mezzo agli occhi.
“Te non mangi?” mi dice il nonno passando.
“Sì, arrivo, volevo finire di pulire quest’albero, ormai è una sfida” rispondo sorridendo.
La giornata è bella, il sole è alto nel mezzogiorno. L’odore della pasta scolata si diffonde nell’aria. Il
nonno mi strizza l’occhio e sorride.
“Lasciale lì quelle due olive. Gli uccellini non devono mangiare nulla?”.
BIP… BIP… BIP…
Il termometro suona. Guardo il display. Trentotto. La serata di Halloween è ufficialmente saltata.
Poco male. Avverto chi devo avvertire e mi ributto sul divano a dormire. O forse non è dormire. È un
viaggio fra i frammenti della mia coscienza.
Non so se sia febbre. Forse ho preso freddo in corteo. Forse a raccogliere le olive. Nel campo in effetti
c’era vento. E anche a Firenze.
Mi butto sul divano. Dov’è il termometro? Nel ripostiglio dei medicinali sarà rimasta l’aspirina? O
forse servirà un farmaco più forte. Tremo. Non so se sia febbre, ma se lo è sta salendo. Il termometro
è sul tavolino del soggiorno. Arrivare a prenderlo mi sembra un’impresa: i cuscini del divano sono
come le dune di un deserto di ghiaccio. Ecco perché questo freddo: è il vento gelido del deserto
ghiacciato che mi fischia addosso, che mi fa fischiare anche le orecchie. Annaspo fino al tavolino,
dietro la duna di cuscini. Lo agguanto. C’è la custodia in plastica. Come si apre? In qualche modo si
stappa.
Il bip del termometro è l’ultima cosa che sento. Il sonno della febbre mi prende. La testa cade pesante
sulla testata del divano. Dormo.
Dove sono Simo e Giova? Il corteo sta partendo. Simo mi chiama, si sono svegliati adesso, non
riusciranno mai a raggiungermi qua alla Fortezza. Gli inoltro la posizione, anche se non si dovrebbe
quando si va a una manifestazione. Terrorismo psicologico. Mario mi si avvicina.
“Tieni” ha in mano una bandiera “Il sindacato apre il corteo. Dobbiamo stare tutti uniti dietro lo
striscione”.
Mi sorride. Mi guardo attorno: siamo tanti, operai, insegnanti, studenti, cartelli e striscioni ovunque.
Quanto colore attorno, insieme al brusio placido ma eccitato di un serpente umano che inizia a
muoversi piano. Qualcuno accende un fumogeno, l’odore rosso avvolge l’aria. Una canzone di lotta
inizia a suonare. Camminiamo tutti insieme. Una donna mi sorride e io ricambio anche se non la
conosco. Simo e Giova arriveranno. Per ora, in mezzo al chiacchiericcio allegro e ai cori, so di non
essere solo.
L’abbattitore ad aria compressa mi pesa tra le braccia. I rami degli olivi sono carichi, per pulire una
pianta ci vuole un’ora. Quando penso di aver finito osservo tra le fronde ed ecco, in alto, nascosto dal
riverbero del sole, un ramo pieno di frutti, che mi guarda e mi deride, come se mi dicesse “Non ce la
farai mai a prenderle tutte”. Mi fermo appoggiando l’abbattitore sulla spalla. I miei genitori stanno
ripulendo le fronde basse dell’ulivo accanto al mio. Leo, mio cognato, ci è passato poco prima facendo
le fronde alte col suo abbattitore. Alice, mia sorella, è seduta a terra, ripulisce un ramo potato. Sento
imprecare il nonno: si è rotta la pompa della benzina del generatore, uno degli abbattitori non si può
più usare.
Poco male: dalla baracca arriva l’odore della pancetta che soffrigge. Pasta ai sette peccati. La nonna
ci chiama.
“Bambini butto la pasta!”.
Rimango ancora un po’. Ormai con questo albero l’ho presa sul personale. La sassaiola delle olive
sembra volermi scacciare, un frutto staccato mi si abbatte proprio in mezzo agli occhi.
“Te non mangi?” mi dice il nonno passando.
“Sì, arrivo, volevo finire di pulire quest’albero, ormai è una sfida” rispondo sorridendo.
La giornata è bella, il sole è alto nel mezzogiorno. L’odore della pasta scolata si diffonde nell’aria. Il
nonno mi strizza l’occhio e sorride.
“Lasciale lì quelle due olive. Gli uccellini non devono mangiare nulla?”.
BIP… BIP… BIP…
Il termometro suona. Guardo il display. Trentotto. La serata di Halloween è ufficialmente saltata.
Poco male. Avverto chi devo avvertire e mi ributto sul divano a dormire. O forse non è dormire. È un
viaggio fra i frammenti della mia coscienza.
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